Giorno 113: Writing Challenge Day 6

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Finalmente è arrivato! Ecco la seconda parte del racconto. Vi avevo detto che si sarebbe conclusa, ma in realtà non è vero. Mi piacerebbe esplorare questa storia e vedere dove andrà, quindi penso che posterò i capitoli sul blog una volta scritti (anche se non faranno parte del writing challenge). 

Giorno 6: Inizia la tua storia con “Guardò il suo orologio con impazienza…”

Questo è il seguito della storia pubblicata per il Giorno 5 del Writing Challenge (la trovate QUI)


Silver Linings

Guardò il suo orologio con impazienza mentre aspettavamo che il semaforo diventasse verde per permetterci di attraversare la strada. La chiesa davanti a noi era buia e spaventosa, nonostante i lampioni la illuminassero appena. Era il giardino sul retro, la parte completamente buia e nascosta dalla strada principale, che mi spaventava.
“Christopher.” Dissi, trattenendo la sua mano per evitare che cominciasse a camminare. “Non sono sicura.” Aggiunsi. Sentii il suo sguardo su di me, ma non osai alzare gli occhi per incontrare i suoi.
“Stai tranquilla, ci sono io con te.” Rispose lui, tirandomi leggermente per farsi seguire. Attraversammo la strada e ci ritrovammo davanti alla chiesa. Di notte era ancora più imponente. Gli alberi nel giardino avevano cominciato a perdere le foglie e rendevano l’ambiente ancora più terrificante. Perché avevo deciso di seguire Christian, un ragazzo conosciuto da poche ore, in quell’avventura?
“Il cancello è chiuso.” Sussurrai, guardandomi intorno. C’era un vecchio lucchetto arrugginito che impediva l’ingresso nel giardino.

Cliccate su “Continua a Leggere per il resto della storia”

“Non è un problema.” Disse lui. Fui distratta da un autobus che stava passando e quando mi voltai verso Christopher notai che aveva scassinato il lucchetto e il cancello era aperto. “Forza, prima le donne.” Aggiunse con un sorriso.
Per arrivare nel giardino sul retro passammo da un porticato chiuso in cui i nostri passi, nonostante cercassimo di non fare rumore, rimbombavano. Ormai provavo brividi costanti e il mio respiro era irregolare. Sembrava quasi che il mio cuore stesse per uscire dalla mia cassa toracica e il porticato stretto e chiuso non faceva altro che aumentare il rumore del battito. Perché avevo deciso di seguire un perfetto sconosciuto in un posto così… vuoto e buio? Sentivo la sua presenza alle mie spalle e non mi confortava come avrei sperato. Anzi, mi rendeva ancora più inquieta, ma dovevo sapere cosa stava succedendo. I fulmini che vedevo tutte le notti alla stessa ora sopra la chiesa non potevano essere una coincidenza. Christopher aveva delle risposte e io le volevo.
“Siamo quasi arrivati.” Sentii la sua voce e sussultai. Avevo estratto il mio telefono dalla borsa per fare luce e il mio cuore perdeva un battito ad ogni ombra che vedevo sui muri.
“Il secondo appuntamento lo organizzo io, eh.” Dissi con ironia, cercando di distrarmi. “Magari andiamo a fare qualcosa di estremamente noioso e normale, tipo… che ne so, una pizza in un bel ristorante in centro?” Proposi. Sentii Christopher ridacchiare alle mie spalle e per un solo istante non pensai al fatto di essere in un posto dove non avrei dovuto essere, ma mi preoccupai per quello che avevo appena detto. Secondo appuntamento? E se Christopher non avesse avuto la minima intenzione di chiedermi di uscire un’altra volta? Ma soprattutto, probabilmente non avrei detto di sì a un pazzo che mi aveva portata nel giardino di una chiesa dopo avermi conosciuta solo per pochissime ore.
“Da questa parte.” Disse quando ci ritrovammo fuori dal porticato. Il giardino era tutto buio e non riuscivo a distinguere nulla, nemmeno gli alberi. Sbloccai lo schermo del mio telefono per riaprire l’applicazione della torcia, ma il ragazzo non me lo permise. “Segui me, so dove stiamo andando.”
La mia vista si abituò lentamente al buio e cominciai a vedere alcune forme e ombre. Alberi, una cancellata, alcune panchine, lapidi e…
“Cosa sono quelli?” Domandai in preda al panico. Davanti a me c’era un gruppo di persone incappucciate, in cerchio su quello che sembrava un pentacolo. Cercai di indietreggiare, ma Christopher mi bloccò la strada, confermandomi che avevo preso la decisione più stupida di tutta la mia vita. Stavo per essere sacrificata come vittima in un rito satanico, vero?
“Christopher.” Disse la voce di una donna che si era staccata dal gruppo e stava camminando verso di me. Abbassò il cappuccio, rivelando il viso chiaro contornato da una cascata di capelli scuri e un sorriso diabolico che mi fece provare una stretta allo stomaco. Tutto di lei mi ricordava un serpente. Dalla sua voce, al modo di muoversi. “Grazie per i tuoi servizi.” Aggiunse. Qualcuno mi bloccò entrambi i polsi e quando mi guardai intorno notai due ragazzi che non avevo nemmeno sentito avvicinarsi. Christopher era lontano di qualche passo e stava osservando la scena con un ghigno. Le mani dei due sconosciuti che mi stavano tenendo erano ghiacciate e sembravano di marmo. Provai a divincolarmi, ma non riuscii a spostarmi di un solo millimetro.
Pensai a tutte le mosse di autodifesa che conoscevo, ma in quel momento sembrava che nessuna potesse tornare utile. Tentai di tirare un calcio a uno dei due, ma non riuscii. In compenso la presa sui miei polsi si strinse e uno di loro mi ringhiò contro, mostrandomi quelle che mi sembrarono zanne. No, non potevano essere vampiri, giusto? Si trattava solo di un brutto scherzo.
Sentii dei passi alle mie spalle. Christopher se ne stava andando, lasciandomi da sola in balia di quel gruppo di pazzi.
“Sage Rose Nightingale.” Disse la donna, puntando gli occhi su di me. Ormai era chiaro che non avevo nessun tipo di via di uscita da quella situazione. I due ragazzi che mi stavano trattenendo non avevano intenzione di allentare la presa e la donna incappucciata era sempre più vicina.
“Mi chiamo Sage Murray.” Replicai con voce tremante. Mi tornò un barlume di speranza, forse non ero la Sage che stavano cercando.
“No, il tuo vero nome è Sage Rose Nightingale. Murray è il cognome della famiglia che ti ha adottata.”
“Cosa volete da me?” Domandai.
“Vogliamo che tu sappia la verità, Sage. Vogliamo che tu ti riunisca finalmente a tua madre, che tu capisca chi sei.”
“Mia madre…” Cominciai a dire. “Mia madre mi ha abbandonata sui gradini di una chiesa quando ero in fasce. Non voglio sapere chi è.”
“E’ qui che ti sbagli.” Sibilò la donna. Un sorriso diabolico comparve sulle sue labbra e si avvicinò ulteriormente a me. Passò un dito sulla mia guancia e mi osservò negli occhi per qualche istante, facendomi provare un brivido. “Vedi, tua madre non ti ha abbandonata. I Blaney ti hanno portata via quando eri appena nata e ti hanno fatto credere che i tuoi genitori non ti hanno mai voluta.”
“I Blaney?” Chiesi. “I miei genitori sono i Murray.” Ripetei.
“Perché i Blaney hanno voluto così.” Disse un’altra donna, avvicinandosi e abbassando il cappuccio. Aveva gli occhi della stessa forma dei miei, i capelli scuri e le labbra arricciate in un sorriso. “Vieni con me, Sage.” Aggiunse, facendo un cenno ai due ragazzi, che lasciarono i miei polsi. La donna mi prese per mano e mi guidò su una panchina, dove si sedette di fianco a me.
“Chi sei?”
“Sono tua madre, Sage.” Disse lei, guardandomi. “Oh, come sei diventata bella!”
“In che senso i Blaney mi hanno portata via? Perché?” Domandai ancora. Volevo sapere cosa stava succedendo. Perché la mia vita era improvvisamente diventata così complicata?
“Il vero nome di Bianca Blaney, quello da nubile, è Nightingale.” Cominciò a spiegare la donna. “Siamo sorelle.”
“Lily è mia cugina?” Chiesi, incredula. I Blaney erano i miei zii? Ero confusa e non sapevo nemmeno se volevo ascoltare il resto di quella storia.
“Bianca ed io non abbiamo mai avuto un bel rapporto. Sin da piccole abbiamo avuto interessi e amici diversi. Siamo cresciute in una casa in campagna, dove i nostri genitori ci hanno insegnato tutto quello che sappiamo.” Si interruppe, guardandomi negli occhi.
“Tutto quello che sapete?”
“Dovevo aspettarmelo, non ti hanno mai detto nulla…” Mormorò lei con aria scocciata. “Sage, siamo una famiglia di streghe.” Continuò.
“Una famiglia di… Okay, ne ho abbastanza.” Dissi e mi alzai dalla panchina di marmo. Se la situazione non fosse stata così spaventosa sarei scoppiata a ridere. Quel gruppo di pazze credeva nella stregoneria? In pochi secondi mi ritrovai di fianco i due ragazzi che mi avevano trattenuta poco prima, pronti a bloccarmi.
“No.” Li fermò la donna, alzando le mani. “Lasciatela andare. Tornerà quando sarà pronta ad accettare la verità.”
“Cioè mai.” Dissi io, guardandola. “Non so dove mi abbiate trovata o cosa stiate facendo nel cimitero di una chiesa, ma io non voglio avere nulla a che fare con questa storia.”
“Sage, sei solo spaventata. Prima o poi accetterai quello che ti ho detto e tornerai da me per ascoltare tutta la verità.” Disse la donna.
“Voglio solo sapere una cosa.” La interruppi prima di andarmene. “Christopher, prima di abbandonarmi qui, mi aveva promesso una risposta. Perché vedo dei fulmini tutte le notti alla stessa ora? Cosa fate, lanciate fuochi d’artificio nella speranza di richiamare l’attenzione di Satana o qualcosa del genere?” Domandai con ironia.
“No, Sage. I fulmini sono il risultato di un incantesimo. Li puoi vedere soltanto tu, perché sei la Prescelta. Sei la persona che completerà il nostro Cerchio.” Rispose lei.
“Come non detto.” Dissi. “Grazie di tutto, ma non sono interessata ad unirmi a nessun cerchio, quadrato e nemmeno triangolo.” Aggiunsi prima di girarmi e raggiungere il porticato da cui ero arrivata. Nonostante le mie risposte sarcastiche avevo una paura folle e mi obbligai a non voltarmi. Avevo paura che qualcuno mi stesse seguendo, che i due ragazzi mi avrebbero bloccato la strada e il gruppo di pazze mi sacrificasse in nome del Diavolo o di qualche cosa assurda del genere. Appena fui sicura che nessuno poteva più vedermi cominciai a correre e mi fermai solo quando arrivai davanti al portone del locale della festa di Lily. Mi appoggiai alla parete con il respiro pesante e guardai il cielo. Avevo appena vissuto la situazione più strana di tutta la mia vita ed ero fortunata ad esserne uscita viva.
“Sage?” Mi chiamò Matt. Era appena uscito dal portone e mi stava guardando con un’espressione strana.
“Sì?”
“Cosa ti è successo?” Mi domandò il ragazzo, indicando i miei capelli. Avevo corso e sentivo che non erano più ordinati come quando li avevo appena sistemati. Probabilmente non era rimasto nulla dell’acconciatura originale. “Quel tizio… Christopher? Com’è stato?”
“Non è successo nulla.” Risposi. “Anzi… dov’è Olive?”
“Sta scendendo anche lei. Sei sicura di star bene? Hai una faccia…”
“Lascia stare.” Dissi. “Aspettiamo Liv e andiamo a casa.” Risposi, guardando l’orologio. Erano quasi le quattro del mattino, mi era venuto freddo e l’esperienza mi aveva innervosita parecchio. Se quella pazza che fingeva di essere mia madre pensava che sarei tornata da lei per ascoltare le cazzate che aveva da dirmi si sbagliava di grosso.
“D’accordo.” Rispose Matt con aria perplessa. “Non è successo niente, vero? Voglio dire, non ti ha fatto male o qualcosa del genere?”
“No.” Dissi, anche se sapevo di essere esattamente convincente. “E’… una storia lunga che non ho tanta voglia di raccontarti adesso.” Aggiunsi. In quel preciso istante Olive uscì dal portone e cominciò a barcollare verso Matt.
“Sono ubriachissima!” Esclamò, buttando le braccia intorno al collo del ragazzo e facendosi trascinare di peso.
“Non l’avrei mai detto.” Rispose lui con ironia, sorridendomi. Camminammo verso il mio minuscolo appartamento e, una volta arrivati, ci stringemmo tutti e tre nel mio divano-letto matrimoniale e passammo la notte insieme. Non volevo ammetterlo davanti a loro, ma dopo l’esperienza che avevo appena vissuto non volevo rimanere da sola.

Il giorno seguente, dopo una colazione all’ora di pranzo, cercai di mettermi a studiare ma non riuscii a concentrarmi. La mia mente continuava a tornare sull’episodio che avevo vissuto la notte prima e, con la luce del sole, non ero più spaventata. Ero furiosa, perché Christopher aveva fatto il cretino, mi aveva sedotta facendo il misterioso e poi mi aveva abbandonata in mezzo a un gruppo di pazze.
Verso le cinque di pomeriggio chiusi il libro con un tonfo, cercai su Internet l’indirizzo del locale che mi aveva detto di possedere la sera prima e uscii di casa. Ero così arrabbiata che avrei potuto tirargli un pugno in faccia.
Il locale non era in centro. Anzi, era in una via anonima in cui non c’erano negozi aperti. La porta nera con scritto “Elixir” in caratteri verdi e in corsivo era quasi nascosta tra due palazzi residenziali. Mi avvicinai con sicurezza e la fissai per decidere cosa fare. Alzai un pugno per bussare, ma ci ripensai. Erano le cinque di pomeriggio, quale locale notturno era aperto a quell’ora?
Girai sui tacchi e mi allontanai di qualche passo. Quando mi voltai per riguardare la porta la trovai aperta e un ragazzo alto con gli occhi castani e i capelli neri un po’ spettinati mi stava guardando.
“Posso aiutarti?” Mi domandò con un sorriso.
“Sì.” Dissi risoluta. Poi ci ripensai. “Cioè, no. Insomma, sto cercando Christopher Lakewood. E’ qui?”
Il ragazzo mi fissò per qualche lungo secondo, prima di allargare il sorriso e indietreggiare di qualche passo per farmi entrare.
“E’ in ufficio, vieni.” Rispose. “Chi devo annunciare?”
Alzai un sopracciglio. Il signor Lakewood aveva bisogno che i suoi baristi – o chiunque fosse quel ragazzo – annunciassero le persone che andavano a trovarlo?
“Sage Murray.” Replicai con tono piatto. Lui annuì e mi accompagnò verso una porta nera in fondo al locale.
“Aspetta qui.” Disse. Pigiò un tasto sulla parete e la porta si aprì, rivelando un ascensore. Quando si richiuse cominciai a guardarmi intorno. Il locale era buio. Aveva le pareti nere, degli enormi candelabri antichi che pendevano dalle pareti e quadri inquietanti. Erano ritratti che probabilmente risalivano all’epoca vittoriana e i colori erano spenti e rendevano le immagini scure e spaventose. Davanti al bancone c’erano degli sgabelli neri, mentre nel resto del bar c’erano piccoli salottini con divani a due posti, poltrone viola e tavolini bassi neri. Tutto in quel locale era in stile gotico. Notai che non c’era molto posto per ballare, anzi. Probabilmente era un pub più che una discoteca. Mi sorpresi a pensare al tipo di musica che si ascoltava in quel posto.
“Christopher può riceverti adesso. Vieni da questa parte.” Disse il ragazzo che mi aveva accolta alla porta. Mi aveva spaventata, perché ero così persa nei miei pensieri che non l’avevo sentito tornare. Con il cuore che martellava nel petto, mi alzai dallo sgabello su cui mi ero appoggiata e lo seguii verso l’ascensore. “Devi pigiare meno uno.” Aggiunse lui.
“Grazie.” Risposi. Poi schiacciai il tasto e aspettai che l’ascensore mi portasse al piano inferiore, dove avrei visto Christopher. Ero nervosa, ma sapevo quello che gli avrei detto. L’avrei anche minacciato di chiamare la polizia, perché non avevo paura di lui. Quello che aveva fatto era sbagliato.
“Sei viva.” Disse quando si aprirono le porte e mi trovai faccia a faccia con lui. Si alzò dalla poltrona su cui era seduto, davanti a una scrivania di legno scuro, e lasciò che lo raggiunsi. “Tutta intera, senza un graffio.” Aggiunse dopo avermi guardata. “Quindi cosa vuoi da me?”
“Beh, buongiorno anche a te.” Replicai. “Vorrei sapere cosa ti è passato per il cervello ieri sera, sempre che tu ne abbia uno. Hai flirtato con me per tutta la sera, mi hai portata in un cimitero di notte e mi hai lasciata in balia di un gruppo di pazze che si credono streghe! E una di loro pensa di essere mia madre e crede che io sia la Prescelta di qualche cavolo, quindi scusa se ho una gran voglia di venire a urlarti tutta la mia frustrazione in faccia!” Dissi, alzando progressivamente la voce.
Christopher mantenne la stessa espressione annoiata per tutta la durata del mio sfogo. Quando finii di parlare alzò un sopracciglio e sorrise.
“Pazze che si credono streghe?” Domandò. “Quindi non hai creduto a una sola parola del loro discorso?”
“Ti pare?” Chiesi di rimando.
“No, non mi pare. Sono stato pagato per portarti da loro ieri sera e credevo che… ma ovviamente sei troppo testarda. Me l’avevano detto.”
“Tu come la prenderesti se un gruppo di donne incappucciate ti dicesse che fai parte di una famiglia di streghe?”
“Centosettantacinque anni fa probabilmente male.” Rispose lui.
“Centosett…” Cominciai a dire. “Oh, no. No, no, no, no, no. Non dirmi che sei convinto di essere un vampiro.” Aggiunsi.
“Sage, non sono convinto di esserlo. Lo sono.” Disse lui con tutta la calma del mondo.
“D’accordo, allora ho completamente perso il mio tempo venendo qui.” Risposi, voltandomi per tornare all’ascensore. Mi bloccai quando trovai Christopher davanti alla porta. Mi girai di scatto verso il luogo in cui l’avevo appena lasciato e poi ancora verso di lui, che mi sorrise e mi bloccò la strada.
“Sai, noi vampiri siamo più veloci degli umani.” Disse lui e improvvisamente mi pentii della decisione di andare all’Elixir per sfogarmi. Mi ero appena cacciata in un guaio più grande di quello della sera prima.
“Lasciami passare.”
“Sento per caso della paura nella tua voce, Sage?” Mi prese in giro.
“N-no.” Balbettai, indietreggiando. Mi guardai intorno, ma eravamo sottoterra, non c’erano finestre o vie d’uscita.
“E’ inutile che cerchi un modo per scappare, ti prenderei in qualunque caso.” Disse lui, come se mi avesse letto nel pensiero. “Quello che non capisco è perché sei così spaventata.”
“Forse perché mi hai appena detto che sei un vampiro e mi hai appena bloccato la strada?” Domandai. Il sarcasmo era sempre stata una maschera dietro cui mi nascondevo quando avevo paura o ero nervosa. Lo facevo da tanti anni.
“Dovrei essere io quello che ha paura di te, sai?”
“Di me?” Chiesi, sgranando gli occhi. “Cosa potrei farti?”
Lui rise e quel suono mi mise i brividi.
“Se tu avessi creduto a quelle pazze, avresti scoperto di essere davvero una strega, di avere dei poteri. Poteri che potrebbero persino uccidermi.”
Scossi la testa.
“No.” Dissi. “Sono solo menzogne. E’ solo uno scherzo.” Mormorai, quasi più per convincere me stessa.
“Ah sì?” Chiese lui, avvicinandosi velocemente e prendendomi un polso. Cercai di divincolarmi, ma la sua presa era ferrea. Christopher emise un suono basso, quasi come un ringhio. Il suo viso era cambiato, aveva dei tratti grotteschi e riuscivo a vedere i canini appuntiti che si avvicinavano pericolosamente al mio collo.
Chiusi gli occhi, pronta al dolore che non arrivò.
“Se solo tu ti concentrassi, potresti spostare quel tagliacarte dalla mia scrivania al mio collo.” Sussurrò nel mio orecchio. Provai un brivido e spostai lo sguardo verso l’oggetto che aveva appena nominato. “E’ ovvio che non mi ucciderebbe, ma potrebbe farmi abbastanza male per farmi mollare la presa e per permetterti di scappare.” Aggiunse.
Cominciai a fissare il tagliacarte, cercando di concentrarmi.
Muoviti, muoviti, muoviti. Pensai. Nulla.
Forza, muoviti! Pensai ancora, guardando prima l’oggetto inanimato e poi il collo di Christopher. Di nuovo nulla. Il tagliacarte non si mosse di un solo millimetro. Mi sentii stupida e un sorriso amaro comparve sul mio volto. Ma cosa avevo pensato? Perché avevo creduto a quel pazzo anche solo per un secondo? I denti potevano essere finti, lui non era un vampiro e io non ero una strega.
Poi i suoi canini affondarono nel mio collo Christopher cominciò a bere il mio sangue, tenendomi immobile. Il mio cuore cominciò a battere velocemente e il panico si impossessò di me. Non potevo scappare da quella situazione, sarei semplicemente morta. Era come se il mio cervello stesse lavorando a una velocità folle. Continuavo a pensare a come avrei potuto scappare da lì, a cosa avrei potuto fare. Poi il mio sguardo si puntò sul tagliacarte e pensai alla traiettoria che avrebbe dovuto percorrere con tutta la forza che avevo. Successe tutto in fretta e non capii nemmeno come, ma l’oggetto volò dalla scrivania al collo di Christopher. Il ragazzo mi lasciò andare e si allontanò di qualche passo, lasciandomi una via di fuga.
“Adesso ci credi?” Mi domandò. Il suo viso era tornato normale, l’unica cosa fuori posto era il rivolo di sangue che scendeva dal lato della sua bocca. E il tagliacarte piantato nel collo, ovviamente. Poi lo vidi contorcersi su se stesso e corse in un’altra stanza.
Pigiai il pulsante dell’ascensore almeno quindici volte, ma non successe nulla. Christopher fece in tempo a tornare e notai che si era pulito il viso e aveva rimosso il tagliacarte dal collo. Sembrava malato, però. Era più pallido di prima e aveva due cerchi scuri intorno agli occhi.
“Stai lontano da me.” Dissi, arretrando finché la mia schiena fu contro la porta.
“Rilassati, Sage. Non berrò più il tuo sangue. Anche perché, come avrai notato, mi ha fatto stare male. I vampiri non possono bere il sangue delle streghe.” Replicò lui.
“Quindi perché l’hai fatto?” Domandai, toccandomi nel punto in cui mi aveva morsa. Sentii il sangue sulle mie dita, che mi ricordò che tutto quello che avevo appena vissuto era vero. C’erano due piccoli buchi dove stavo passando il dito e facevano male.
“Per farti spaventare, per fare scattare quel qualcosa che ti avrebbe permesso di usare i tuoi poteri.” Rispose lui con semplicità. “Visto che ci sei riuscita?”
Scossi di nuovo la testa. Ormai non potevo più negare l’evidenza. Non dopo che avevo visto Christopher trasformarsi in un mostro, dopo aver sentito i suoi denti e dopo aver visto il tagliacarte volare da una parte all’altra della stanza.
“Perché lo stai facendo?” Chiesi improvvisamente. “Voglio dire, perché mi hai aiutata a far muovere quel tagliacarte? So che le streghe” – rabbrividii all’uso di quella parola in un contesto serio – “ti hanno pagato per portarmi al cimitero, ma perché mordermi anche se il mio sangue ti ha fatto stare male… solo per farmi realizzare quello che sono?”
“Perché, Sage, potresti tornarmi molto utile.” Rispose lui con un sorriso misterioso.

Continua…


Grazie per aver letto, spero vi sia piaciuto!

Alla prossima,

Poppy

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