Giorno 100: Writing Challenge & Day 1

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Oggi è il mio centesimo giorno consecutivo di post sul blog! Festeggiamo tutti insieme! Ancora duecentosessantacinque e ho completato questa sfida! Però sono molto contenta di come sta andando. Nonostante tutto, nonostante gli impegni sto riuscendo nel mio intento e sono felice. Contando che di solito mi stanco di qualunque cosa in pochissimo tempo, questo per me è un grande record. Per celebrare questo primo traguardo nella mia impresa, voglio cominciare un Writing Challenge. In teoria si dovrebbe completare in trenta giorni, ma sono sicura che non riuscirò, perché ultimamente sono pochissimo a casa e nelle prossime settimane avrò tante cose da fare al lavoro, però ci proverò. Non posterò storie tutti i giorni, ma quando saranno pronte e lo chiameremo Writing Challenge e basta, al posto di “30 Day Writing Challenge”. Ecco il programma e se qualcuno volesse farlo insieme a me sarebbe bellissimo e mi farebbe molto piacere! Se decidete di iniziarlo lasciatemi un commento con il link al vostro blog/profilo EFP/ovunque abbiate intenzione di postare e vengo volentieri a leggere!

Giorno 1: Riscrivi una favola classica.
Giorno 2: Inventa un personaggio e racconta come ricorda il momento in cui si è innamorato/a.
Giorno 3: Racconta (o inventa) una storia su un oggetto che si trova nella tua stanza.
Giorno 4: Descrivi la tua città preferita in 250 parole o meno.
Giorno 5: Comincia una storia con “Pensai di aver visto…”
Giorno 6: Inizia la tua storia con “Guardò il suo orologio con impazienza…”
Giorno 7: Crea un supereroe. Racconta come ha salvato il mondo.
Giorno 8: Scrivi un prequel per il tuo supereroe. La sua vita prima di essere un supereroe, magari la sua infanzia.
Giorno 9: Racconta una storia ambientata prima del 1950.
Giorno 10: Inserisci nella tua storia la frase: “Shh! Hai sentito?” “No, non ho sentito niente!”
Giorno 11: Comincia la tua storia con “La ragazza toccò la piccola scatoletta che aveva in tasca e sorrise…”
Giorno 12: Scrivi una storia in cui i personaggi devono vivere senza corrente elettrica per un giorno.
Giorno 13: Scrivi una storia in cui il protagonista trova una stanza segreta.
Giorno 14: Concludi la tua storia con “Ecco perché mangiammo degli hamburger il giorno del Ringraziamento.”
Giorno 15: Scegli un tuo vecchio compagno di classe a caso e inventa una storia su come potrebbe essere la sua vita oggi.
Giorno 16: Scrivi qualcosa su uno sconosciuto che vedi per strada. Può essere il suo passato o quello che sta pensando nel momento in cui lo vedi.
Giorno 17: Apri iTunes, seleziona la modalità random e fai partire la musica. Scrivi una storia sulla prima canzone che senti.
Giorno 18: Inserisci un viaggio nel tempo nella tua storia.
Giorno 19: Scrivi una storia ambientata in una città fantasma.
Giorno 20: Scrivi una storia ambientata in una galleria d’arte.
Giorno 21: Scrivi una storia usando le seguenti parole: nonno, album di foto, ufficio postale, cartelletta.
Giorno 22: Il/la protagonista vede la persona per cui ha una cotta in biblioteca. Descrivi quello che succede.
Giorno 23: Scrivi una storia basata su un sogno che hai fatto.
Giorno 24: Descrivi/romanza un ricordo della tua infanzia.
Giorno 25: Scrivi una storia ambientata 100 anni nel futuro.
Giorno 26:  Scrivi una storia su una creatura mitologica.
Giorno 27: Scrivi qualcosa sulla trentesima foto che hai sul computer o sul telefono. Scrivi perché l’hai scattata o inventati una storia.
Giorno 28: Scrivi una storia in cui il/la protagonista incontra “quello/a che si è lasciato/a scappare”
Giorno 29: Scrivi una storia ambientata su una nave. Passato, presente o future.
Giorno 30: Scrivi una storia sullo spazio.

Vi giuro che sono nervosa come il primo giorno di scuola e non sto scherzando! Oggi posto la prima storia e si tratta di una versione moderna di Biancaneve. Ho deciso di ambientarla a New York al giorno d’oggi. Eccola, spero che vi piaccia!


Bianca, la Principessa di Park Avenue

C’era una volta, in una giungla di cemento chiamata Manhattan, una bellissima donna di nome Eva. Era sempre gentile con tutti, aveva un cuore d’oro e non negava mai un sorriso a nessuno. La chiamavano la Regina di Park Avenue, perché era sposata con Leopold, un imprenditore così ricco che possedeva più della metà degli edifici della città. Era considerato il Re di Park Avenue ed era benvoluto da tutti.
Eva rimase incinta qualche mese dopo il matrimonio con Leopold e pochi giorni prima della nascita della sua bambina la donna si sedette su una sedia in terrazza e cominciò a guardare fuori dalla finestra. Il panorama dal suo attico a Park Avenue era bellissimo in quella fredda giornata invernale. La neve copriva le strade, gli alberi e i tetti degli altri palazzi. Faceva molto freddo ed Eva temeva sempre che i poveri uccellini morissero di fame durante l’inverno, così ogni giorno lasciava loro delle briciole di pane sulla sua terrazza.
La donna, distratta dal pensiero della nascita imminente della sua bambina, si punse un dito con la spina di una pianta di rose e tre gocce di sangue si infransero sulla superficie candida della neve sulla ringhiera nera della terrazza. Eva guardò quel contrasto per qualche minuto e tutto quello che riuscì a pensare fu: “Oh, come vorrei che la mia bambina fosse bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come questa ringhiera!”
Pochi giorni dopo Eva diede alla luce una bellissima bimba, che aveva la pelle candida come la neve, le labbra scarlatte come il sangue e i capelli nero corvino e decise di chiamarla Bianca.
Eva morì pochi giorni dopo il parto, lasciando Leopold distrutto per aver perso l’amore della sua vita.

Per il resto della storia cliccate su “Continua a Leggere” qui in basso.

Passò un anno e l’uomo decise di sposarsi con un’altra donna che gli era stata vicina durante quel periodo difficile. Lui se ne era innamorato, anche se i sentimenti per lei non erano forti come quelli per Eva. Non avrebbero mai potuto esserlo.
Regina era conosciuta da tutti per essere un’arrampicatrice sociale, ma l’uomo si rifiutò di credere ai pettegolezzi delle anziane dell’Upper East Side di New York e le diede una possibilità. Nessuna donna avrebbe mai sostituito la sua Eva, questo era sicuro, ma Leopold voleva andare avanti a vivere la sua vita e voleva che la piccola Bianca avesse una figura materna. Non voleva che venisse cresciuta solo dalle due tate che aveva assunto.

Regina si era trasferita nell’attico di Park Avenue e aveva chiesto che venisse smantellata la terrazza che Eva amava così tanto. La donna la trasformò in una stanza chiusa, dove passava la maggior parte del suo tempo insieme al fratello Sebastian, soprannominato Specchio perché diceva sempre le cose come stavano. Regina era ossessionata dall’idea di essere la donna più bella del quartiere e ogni giorno faceva la stessa domanda al fratello: “Oh Specchio, dimmi, chi è la più bella in tutto l’Upper East Side?” E ogni giorno la risposta era sempre la stessa: “Regina, sei tu la donna più bella.” Almeno fino al settimo compleanno di Bianca, quando Specchio si rese conto che la bambina stava diventando sempre più simile a sua madre e sempre più incantevole.
“Specchio, chi è la donna più bella di tutto l’Upper East Side?” Domandò Regina quel giorno, mentre sfogliava svogliatamente una rivista di moda alla ricerca dell’abito perfetto per quello stupido ballo di beneficenza che aveva organizzato Leopold. L’uomo aveva fondato un’associazione in onore della defunta moglie e ogni anno organizzava un grande evento per celebrare la vita della donna e per raccogliere fondi per aiutare i bambini malati. Regina odiava presenziare a quelle feste, perché capiva che non sarebbe mai stata amata come Eva e perché Bianca era sempre al centro dell’attenzione. Tutti i presenti si fermavano a farle i complimenti per i suoi bellissimi capelli neri, che ricadevano sulle sue spalle formando graziosi boccoli, per le sue labbra naturalmente rosse e per la lucentezza della sua pelle candida. La bambina sorrideva sempre a tutti ed era gentile esattamente come sua madre e tutti la amavano per quello. A Leopold brillava lo sguardo ogni volta che la guardava perché quella ragazzina era un costante ricordo della sua adorata e defunta moglie.
E poi Regina non capiva perché avrebbe dovuto donare i suoi soldi ad altre persone. Perché non potevano lavorare, invece di scroccare quello che guadagnavano gli altri, lavorando duramente? Beh, non nel suo caso, perché era nata ricca, ma i suoi genitori avevano sudato quei soldi. Così come i suoi nonni, i suoi bisnonni e così via.
“Tu sei sicuramente la donna più bella dell’Upper East Side, Regina, ma Bianca sta crescendo davvero bene.”
La donna si infuriò davanti a quelle parole e cacciò il fratello di casa. Si richiuse nella sua nuova stanza e cominciò ad avere pensieri diabolici su come avrebbe potuto cambiare le cose. Nessuno avrebbe potuto oscurare la sua bellezza. Non l’avrebbe permesso. Non a una stupida bambina!

Passarono gli anni e Bianca diventò una bellissima ragazza diciottenne. Il padre Leopold morì poco prima del suo compleanno e le lasciò in eredità tutto il suo impero, facendo infuriare ulteriormente Regina. La donna non riusciva a smettere di pensare a un modo per fare sparire quella stupida ragazzina che non solo era diventata più bella di lei, ma anche più ricca! Specchio continuava a ripetere la stessa risposta tutti i giorni: “Non sei più giovane come una volta e ora Bianca è la donna più bella di tutto l’Upper East Side.”
Ormai Regina non dormiva nemmeno più la notte per quel motivo e un giorno prese una decisione: avrebbe assunto un assassino per fare sparire del tutto quella stupida ragazzina.
“Rimarrò io la Regina di Park Avenue.” Sussurrò la donna, sedendosi sulla poltrona simile ad un trono che aveva fatto costruire su misura per lei, mentre aspettava che l’uomo che aveva assunto facesse il suo dovere.

Bianca amava andare a correre a Central Park. La rilassava e la aiutava a stare a contatto con la natura, il che era una cosa difficile da fare in una giungla di cemento come New York. Ne approfittava sempre per correre fino al lago, dove si fermava per dare da mangiare alle anatre. La ragazza non percorreva solo i sentieri costruiti appositamente per i corridori. Aveva trovato una scorciatoia in una zona del parco più selvaggia. Le ricordava una foresta e le piaceva passare del tempo lì. Si sentivano gli uccellini cinguettare come in nessun altro posto, così a metà corsa si fermava sempre su una panchina con la targa “Per Annabeth, che amava sedersi in questo parco per leggere lontana dal caso della città” e osservava quello che la circondava, facendo respiri profondi e sentendosi connessa con la natura.
Quel giorno la ragazza percorse la solita strada e si fermò improvvisamente perché vide un uomo sdraiato in mezzo al sentiero.
“Oh mio Dio. Va tutto bene?” Domandò la ragazza, avvicinandosi e preoccupandosi. Quell’uomo aveva un’espressione sofferente. Forse era caduto e si era fatto male, doveva aiutarlo.
Successe tutto in fretta. Lui finse di essersi storto una caviglia e le chiese aiuto per alzarsi. Quando lei gli disse di appoggiarsi alle sue spalle, l’uomo estrasse un coltello dalla tasca e lo puntò alla gola di Bianca.
“La prego, non mi faccia del male!” Esclamò la ragazza, consapevole di essere in un punto del parco in cui non passava mai nessuno. Non sarebbe riuscita a chiedere aiuto. “La prego, signore, sono solo una ragazzina!” Disse con le lacrime agli occhi.
L’uomo era abituato a uccidere su richiesta, ma c’era qualcosa di profondamente sbagliato nell’assassinare qualcuno come Bianca. Aveva l’aria di essere pura, innocente.
“La tua matrigna mi ha ordinato di ucciderti.” Disse, rimettendo il coltello nella sua fodera. “Non posso lasciarti tornare a casa.” Aggiunse senza allentare la presa sul polso di Bianca.
“Mi lasci vivere, signore, ed io sparirò per sempre! Scapperò, cambierò casa!” Lo supplicò la ragazza con occhi imploranti.
L’assassino si impietosì e decise di lasciarla andare. Che male poteva fare una ragazza così semplice? Non si meritava di essere uccisa. Le consigliò di sparire da Manhattan e di andare in un posto dove la sua matrigna non l’avrebbe mai cercata. Bianca raggiunse la prima fermata della metropolitana, acquistò un biglietto per Brooklyn e scappò, sapendo che Regina non sarebbe mai andata a cercarla in quel quartiere.

Regina credette all’assassino, quando questo le raccontò tutti i dettagli macabri su come aveva sgozzato la povera Bianca e come l’aveva sepolta in un posto dove nessuno l’avrebbe mai trovata. Quella notte dormì come non lo aveva mai fatto, sicura di essere tornata ad essere la donna più bella e ricca dell’Upper East Side. Doveva solo riuscire a conquistare Florian, il giovane e affascinante imprenditore che stava velocemente acquistando gran parte degli edifici di Manhattan e aprendo locali e ristoranti di successo in tutta New York.

Bianca era sola e spaventata a Brooklyn e non sapeva dove andare. La prima notte dormì sui vagoni della metropolitana, con la paura che qualcuno potesse farle del male. La seconda notte trovò rifugio in una casa abbandonata, ma non riuscì a dormire per paura che qualcuno la trovasse. La mattina dopo la terza notte, che aveva passato nella stessa casa abbandonata che aveva trovato il giorno precedente, incontrò un gruppo di ragazzi davanti a un bar e uno di loro le domandò se avesse bisogno di aiuto. Aveva uno sguardo gentile e portava un paio di occhiali da vista più grandi del suo viso che gli donavano un’aria bizzarra ma intellettuale. Quando Bianca annuì, esausta e affamata, lui sorrise. Sapeva di avere un’aria orribile, con i capelli spettinati, i vestiti sporchi per la corsa nel parco e dei cerchi neri che le circondavano gli occhi per la mancanza di sonno.
“Credo che tu abbia bisogno di una colazione abbondante.” Disse. “A proposito, io sono David, ma gli amici mi chiamano Dotto.” Aggiunse, porgendo la mano a Bianca, che la strinse debolmente.
“Faremo tardi all’università!” Si lamentò uno dei suoi amici, con un’espressione scocciata.
“E lui è Brontolo. Il suo vero nome è Brian.” Lo presentò Dotto. L’amico sbuffò e roteò gli occhi al cielo. “Come avrai capito dal soprannome, è sempre di pessimo umore.”
Bianca sorrise. In quel momento non aveva nulla da perdere, così decise di accettare l’invito dei ragazzi a fare colazione con loro. Non ricordava nemmeno più quale fosse il sapore di un cappuccino caldo e stava letteralmente morendo di fame. La ragazza aveva un cuore d’oro esattamente come sua madre, vedeva sempre il lato positivo in tutto e non riusciva a capacitarsi del fatto che esistessero persone malvagie come Regina. Forse era un po’ troppo ingenua, ma decise di fidarsi comunque di quel gruppo di estranei. Scoprì che i ragazzi frequentavano tutti l’università e Dotto stava studiando per diventare un medico, mentre Brontolo non aveva ancora deciso la facoltà perché non gli piaceva mai nulla.
Dotto presentò a Bianca anche gli altri cinque ragazzi: Evan, detto Eolo perché era allergico a tutto e continuava a starnutire; Paul, detto Pisolo perché soffriva di narcolessia e si addormentava ovunque; Gary, detto Gongolo perché era il più divertente del gruppo e rideva continuamente; Michael, detto Mammolo per la sua estrema timidezza e infine Chuck, detto Cucciolo perché era il più piccolo del gruppo ed era molto dolce. Vivevano tutti in una casa poco distante da quel bar e Bianca diventò istantaneamente loro amica. Era impossibile non trovarli simpatici e per qualche motivo si fidò subito di loro. Avevano tutti dei sorrisi gentili e buoni e l’avevano salvata dal morire di fame. Dopo una buona colazione la ragazza raccontò tutto ai suoi nuovi amici, che le proposero di andare a vivere con loro.
“Sarai al sicuro con noi.” Disse Dotto, mentre tutti gli altri – tranne Brontolo, che guardava cocciutamente l’orologio, e Pisolo, che si era addormentato con la testa sul tavolo – annuirono di fianco a lui.
“Ma non posso pagarvi l’affitto, non ho più niente!” Esclamò Bianca, scuotendo la testa con aria sconsolata. Era andata a fare jogging senza portafogli o telefono, come al solito. Non aveva portato nulla con sé, a parte il pane per le anatre – con cui aveva superato brutti momenti di fame durante le prime notti a Brooklyn – e non poteva tornare all’attico di Park Avenue per recuperare le sue cose. Non quando Regina aveva cercato di ucciderla e pensava che fosse morta.
“Facciamo così: rimarrai con noi finché non risolveremo questa situazione e ti lasceremo una stanza gratis se ci aiuterai con le faccende di casa.” Propose Gongolo con un sorriso contagioso.
“Siamo dei disastri, non sappiamo cucinare e la nostra casa è… in disordine.” Continuò Eolo, mentre cercava un fazzoletto nella borsa dell’università.
“D’accordo.” Acconsentì Bianca dopo aver riflettuto per un po’. Lei aveva bisogno di un posto sicuro in cui stare e loro avevano disperatamente bisogno di qualcuno che li aiutasse a non finire in un episodio di “Sepolti in Casa.”

Passarono i mesi e Bianca cominciò a trovarsi sempre meglio nella casa dei ragazzi. Trovò un lavoro come cameriera e tutto il quartiere cominciò ad amarla per il suo spirito gentile e per la sua voglia di aiutare tutti. La ragazza aiutava le donne anziane ad attraversare la strada e portava loro le borse della spesa, aiutava i bambini dei vicini di casa a fare i compiti e i suoi coinquilini come poteva. Cucinava per loro, li ascoltava quando avevano bisogno di sfogarsi dopo una giornata pesante, dava loro consigli su come comportarsi con le ragazze e loro facevano la stessa cosa con lei. Si era creato un bel rapporto e sapevano di poter contare tutti l’uno sull’altra in qualsiasi momento.

Regina non aveva smesso di chiedere a suo fratello la stessa domanda, tutti i giorni.
“Specchio, chi è la donna più bella di tutto l’Upper East Side?” Domandò dopo aver osservato il suo riflesso per parecchi minuti.
“Saresti tu, ma Bianca continua a batterti anche da Brooklyn.” Rispose l’uomo. Regina si voltò verso di lui, furiosa.
“Bianca è morta!” Tuonò.
“Bianca vive a Brooklyn.” Puntualizzò Specchio. “Pensavo che lo sapessi. Credevi che fosse morta?” Domandò poi, improvvisamente sospettoso.
“Brooklyn?” Fece eco la donna con aria disgustata. “No, avevo… si è trasferita senza dirmi nulla, credevo che le fosse successo qualcosa.” Si giustificò Regina. “Dimmi dove vive di preciso, le farò recapitare qualche vestito.” Mentì poco dopo, cercando mentalmente un modo per farla sparire. La donna aveva passato una giornata pessima, dopo che Florian aveva rifiutato di nuovo il suo invito a bere qualcosa in una sala da cocktail di lusso aperta da poco.

Ormai Regina sapeva di non potersi fidare più di nessuno, non dopo che l’assassino che aveva pagato profumatamente aveva mentito e non aveva ucciso Bianca come gli aveva chiesto di fare. Così decise di prendere in mano la situazione e si avventurò a Brooklyn per scoprire se la ragazza fosse davvero viva. Si travestì per non farsi riconoscere da nessuno e osservò Bianca mentre andava al lavoro, si fermava per aiutare qualcuno per strada, faceva il suo dovere da cameriera e poi tornava a casa dai suoi nuovi amici, quei sette ragazzi strambi e, probabilmente, squattrinati.
Tornò nel suo attico a Park Avenue con le idee chiare. Aveva un piano e l’avrebbe portato a termine. Era geniale e nessuno l’avrebbe mai scoperta.

Ci vollero giorni e tutte le conoscenze nel mondo criminale di Regina per realizzare la sua idea. Si procurò dei documenti falsi, si travestì da donna anziana, rendendosi completamente irriconoscibile e affittò un’auto a Brooklyn. Rimase parcheggiata fuori dal posto di lavoro di Bianca per qualche ora, ma non importava. Regina era brava ad aspettare, soprattutto se lo faceva per un motivo così buono. Quando la ragazza uscì dal ristorante e attraversò la strada per tornare a casa, la donna mise l’auto in moto e partì a tutta velocità, investendola e lasciandola per strada. Era sicura che fosse morta, perché aveva sbattuto la testa sul cofano e poi, probabilmente, anche sulla strada. Guidò il più lontano possibile da Brooklyn, abbandonando l’auto in una strada poco frequentata e tornando in città con quella che aveva lasciato lì il giorno prima.

Dotto, Eolo, Cucciolo, Mammolo, Pisolo, Brontolo e Gongolo stavano tornando dall’università e si ritrovarono ad assistere all’incidente senza riuscire a far nulla. Avevano urlato tutti il suo nome, quando si erano accorti di quello che stava succedendo, ma era troppo tardi. Persino Cucciolo, che non parlava quasi mai, chiamò il suo nome. Si precipitarono in mezzo alla strada per salvare Bianca, ma la ragazza aveva perso conoscenza durante l’incidente. Chiamarono immediatamente un’ambulanza che la portò in ospedale, dove i dottori dichiararono che era entrata in un coma e non sapevano se si sarebbe mai risvegliata. I ragazzi piansero e le strinsero le mani, chiamandola e pregandola di tornare da loro, perché le volevano bene. Ma Bianca non reagì a nulla e rimase in quello stato per giorni.

Florian non era mai stato come suo padre: un imprenditore spietato. Anzi, aveva era gentile e amava aiutare il prossimo. Era per quel motivo che il ragazzo preferiva aprire locali che facevano divertire la gente o che offrivano i migliori pranzi e le migliori cene di tutta New York. Amava vedere i sorrisi soddisfatti dei suoi clienti, mentre uscivano da uno dei suoi ristoranti o da uno dei suoi club. Era nato e cresciuto vicino alla casa di Bianca ed era sicuro che le loro tate li avevano fatti giocare insieme anni prima, quando lei aveva circa quattro anni e lui otto. Quando aveva letto sul giornale la notizia dell’incidente aveva deciso di andare a trovare la ragazza. Sapeva che non aveva più nessuno, perché la sua matrigna non era esattamente la persona con l’istinto materno più spiccato del mondo. Anzi, continuava a provarci con lui e Florian trovava la cosa abbastanza sgradevole.
Quando arrivò all’ospedale trovò i nuovi amici di Bianca seduti intorno al letto e spiegò loro di essere un vicino di casa, domandando di avere cinque minuti da solo con lei.
Non se la ricordava così bella e vederla in quello stato, con tubi e lividi ovunque, collegata ad una macchina infernale che continuava ad emettere “bip”, gli fece provare una stretta al cuore. Si sedette sulla sedia che aveva occupato Dotto fino a pochi istanti prima e la osservò. Bianca era una delle persone migliori del mondo, come era potuto succedere a lei? Non se lo meritava. Le prese una mano e provò un brivido. Pensò che avrebbe dato tutto quello che aveva per vederla aprire gli occhi e tornare in salute.
Non capì subito il motivo di quella strana reazione. In fondo si erano visti solo una volta quando erano bambini. Nonostante tutto, però, non riuscì a starle lontano. Decise di tornare a trovare la ragazza tutti i giorni e di offrire il suo supporto morale agli amici, che sembravano distrutti dalle sue condizioni.

Fu in un freddo giorno invernale, simile a quello in cui era nata Bianca, che cambiò qualcosa. Florian, come tutti i giorni, si era seduto di fianco alla ragazza e le stava leggendo un libro, quando fu distratto dai primi fiocchi di neve che cominciarono a cadere fuori dalla finestra. Si tagliò un dito con la carta del libro e tre gocce di sangue scivolarono sul lenzuolo candido che copriva Bianca.
“Oh, come vorrei che si risvegliasse!” Pensò lui, fissando il viso ancora più pallido della ragazza. Sapeva che non aveva senso quello che stava provando, ma sapeva di essersi innamorato di lei e desiderava ardentemente che si svegliasse per poterla guardare negli occhi, per vederla sorridere. Avrebbe voluto chiederle di uscire, conoscerla meglio e innamorarsi ancora di più di lei. Il suo istinto lo stava tormentando da giorni, suggerendo al ragazzo di baciare Bianca. Quella avrebbe potuto essere la sua unica occasione. La guardò con attenzione: ormai i lividi stavano guarendo e sembrava che stesse dormendo. Il suo viso era così angelico, la sua espressione così pacifica… Florian si abbassò e lasciò che le sue labbra toccarono lievemente quelle della ragazza. Il contatto durò pochi istanti e Florian sperò ardentemente che succedesse qualcosa, come nei film. Perché il suo bacio non l’aveva fatta risvegliare?
Quella sera decise di rimanere fino a tardi e si addormentò sulla poltrona, tenendole la mano. Si svegliò di soprassalto quando sentì qualcosa stringere le sue dita. Il suo sguardo si fissò immediatamente su Bianca, che aveva aperto gli occhi e si stava guardando intorno con aria spaesata.
“Bianca?” La chiamò dolcemente Florian, avvicinandosi a lei.
“D-dove sono?” Chiese la ragazza. Lui le spiegò che era stata investita e che si trovava in ospedale e lei annuì, anche se il movimento sembrò causarle un giramento di testa. Florian chiamò immediatamente il medico, che la visitò e dichiarò che si stava riprendendo bene e sarebbe guarita del tutto in qualche settimana.

Gli amici di Bianca piansero dalla gioia quando Florian annunciò che la ragazza si era svegliata. Persino Brontolo, che aveva sempre finto di odiarla, si era commosso e aveva sorriso. Andarono a trovarla tutti all’ospedale e Florian continuò a farle visita tutti i giorni, parlandole, portandole i fiori e dopo qualche giorno trovò il coraggio di chiederle di uscire, una volta guarita del tutto. La ragazza sorrise timidamente e accettò quell’invito. Provò una strana sensazione allo stomaco, come se ci fossero delle farfalle che volavano da una parte all’altra e arrossì. Era possibile innamorarsi di un ragazzo conosciuto da così poco tempo? Bianca non lo sapeva, ma sospettava di sì.

Bianca e Florian si innamorarono profondamente e dopo circa otto mesi decisero di fare una pazzia. Il ragazzo le propose il matrimonio durante una romanticissima gita in carrozza a Central Park e Bianca disse di sì, sorridendo e piangendo per la gioia.
Così dopo poco tempo organizzarono il matrimonio e invitarono tutti gli amici più stretti. La notizia ovviamente arrivò alle orecchie di Regina, che scoprì di non essere riuscita ad uccidere Bianca nemmeno quella volta. Disperata, perché ormai le rughe cominciavano a vedersi sul suo viso e perché Specchio aveva ricominciato a dirle che aveva perso di nuovo il titolo di donna più bella dell’Upper East Side, la donna decise di tentare una terza volta.
Avrebbe avvelenato la torta del matrimonio, così non sarebbe morta solo lei, ma anche tutti i suoi stupidissimi amici. Quei sette ragazzi che l’avevano aiutata quando era sola e spaventata a Brooklyn, i suoi datori di lavoro, tutte le anziane che aveva aiutato attraversare la strada e soprattutto quell’idiota di Florian, che non aveva mai ceduto ai suoi inviti di uscire. Quella volta niente sarebbe andato storto e sarebbe riuscita nel suo intento. Dopo quel tragico evento nessuno avrebbe più minacciato la sua posizione nell’Upper East Side. Sarebbe stata la Regina incontrastata di Park Avenue e avrebbe ereditato tutto quello che Leopold aveva lasciato a sua figlia. Sarebbe stata a capo di un impero immenso. Un impero che faceva impallidire anche quello di Florian, in confronto.

Assunse il migliore chef di New York per creare quella torta e decise che l’avrebbe spedita agli sposi come regalo di nozze da parte di un benefattore anonimo. Scelse un potente veleno che non avrebbe lasciato traccia né nei resti della torta, né nei poveri malcapitati che l’avrebbero ingerito. Avrebbero pensato tutti che si sarebbe trattato solo di un semplice, sfortunato evento. Magari avrebbero anche potuto credere che la troppa gioia per il matrimonio di Florian e Bianca aveva fatto venire un infarto a tutti. Sì, sarebbero morti e l’avrebbero pagata cara per avere aiutato quella ragazzina a sopravvivere.

Il giorno del matrimonio Bianca e Florian non potevano essere più felici. Avevano organizzato tutto a Central Park, per stare più a contatto con la natura. Bianca era entusiasta di quella scelta e non vedeva l’ora di sposarsi con l’amore della sua vita. Avevano affittato il Belvedere Castle per la cerimonia e il rinfresco e non vedevano l’ora di dire “sì”. Non potevano essere più felici. Tutti gli invitati erano seduti sulle panchine che erano state allestite per l’occasione, Florian era già all’altare. Mancava solo il grande ingresso di Bianca, che era emozionata come non lo era mai stata e tremava come una foglia. Stava indossando un vestito bianco che contrastava con il nero corvino dei suoi capelli e aveva delle roselline rosse intrecciate nella sua pettinatura elaborata. Florian poteva giurare di non aver mai visto una ragazza così bella in tutta la sua vita.
Il sacerdote celebrò l’unione dei due giovani e tutti i presenti si commossero davanti alle bellissime Promesse che entrambi avevano scritto. Qualcuno si lasciò persino sfuggire qualche lacrima quando arrivò il momento del bacio.

Improvvisamente, però, la polizia fece irruzione sparpagliandosi per tutta la terrazza e controllando tutti gli invitati. Si fermarono davanti a una donna, all’apparenza una vecchietta innocente, perché un cane cominciò ad abbaiare. Uno dei poliziotti le fece rimuovere la parrucca e gli occhiali da sole, rivelando la sua vera identità.
“Regina?” Esclamò Bianca, assumendo un’espressione scioccata. Cosa stava facendo lì? Aveva tentato di farla uccidere! Improvvisamente la ragazza si ricordò i brevi istanti prima dell’incidente. Aveva già visto quegli occhiali da sole e quella parrucca. Erano esattamente gli stessi che stava indossando la donna che l’aveva investita quel giorno!
“Signora Percy, è in arresto per il tentato omicidio di Bianca Snow.” Disse il poliziotto, facendola girare, ammanettandola e leggendole i diritti.
“Non avete prove!” Urlò lei, cercando di resistere all’arresto.
“Certo che le abbiamo, signora Percy. Abbiamo arrestato questa mattina l’uomo che aveva pagato per ucciderla qui a Central Park e i nostri colleghi di Brooklyn hanno indagato sull’incidente della signorina Snow e abbiamo prove che la collocano nell’auto che l’ha investita.” Rispose l’uomo. Bianca rimase scioccata da quelle parole. Sapeva che la sua matrigna era perfida e nella sua mente sapeva anche che aveva cercato di ucciderla più volte, ma non voleva crederci.
“Tanto morirete tutti lo stesso!” Urlò Regina, dando un ultimo strattone al braccio del poliziotto e mostrando i denti in un sorriso folle.
“La torta! Non mangiate quella torta!” Esclamò Specchio, raggiungendo la terrazza di corsa. Si fermò in cima agli scalini per riprendere fiato e guardò la sorella, che aveva gli occhi pieni di lacrime e la bocca distorta in una smorfia terrificante.
Bianca spostò lo sguardo dall’uomo a Regina, che sembrò sul punto di esplodere dalla rabbia. Non solo non era riuscita nel suo piano perché non era riuscita a stare alla larga da quel matrimonio, ma il suo stesso fratello l’aveva tradita! Voleva vedere Bianca soffrire, voleva vederla mentre mangiava una fetta di quella torta e crollava a terra, priva di vita.
“Maledetti! Me la pagherete! Bianca non prenderà mai il mio posto a Park Avenue! Dovete mangiare quella torta e morire tutti quanti!” Urlò Regina mentre veniva allontanata dalla terrazza dai poliziotti, scalciando e opponendosi all’arresto. Specchio osservò la sorella, che veniva trasportata con la forza in una vettura della polizia e scosse la testa.
“Mi dispiace, non avevo idea che fosse così malvagia.” Disse agli sposi.
“Grazie per averci salvato la vita.” Rispose Bianca, sorridendo all’uomo. Lo invitò al banchetto di nozze, che per ragioni di sicurezza era stato spostato da Central Park a uno dei ristoranti di Florian nell’Upper East Side. La torta di Regina fu distrutta e dopo un periodo di shock iniziale, tutti gli invitati tornarono a concentrarsi sulla nuova coppia felice e continuarono i festeggiamenti, felici che la donna fosse stata finalmente arrestata.

Una volta finita la cena, Bianca e Florian salirono sull’auto che li aspettava fuori dal ristorante, diretti verso la loro luna di miele. Avevano scelto di affittare un bungalow sulla spiaggia in Australia, per essere completamente immersi nella natura. I sette amici di Bianca salutarono gli sposi sventolando dei fazzoletti bianchi e asciugandosi le lacrime di commozione. Specchio decise di trasferirsi a Brooklyn, perché si era innamorato dei racconti di Bianca e aveva deciso di allontanarsi dall’Upper East Side e da tutto ciò che gli ricordava sua sorella. Regina fu condannata a passare il resto della sua vita in prigione per quello che aveva fatto. Fu anche spedita in un ospedale psichiatrico per una valutazione del suo stato mentale, perché dopo l’arresto la donna impazzì. I due sposini si sistemarono in un attico a Park Avenue, in una delle tante proprietà acquisite da Florian dove si erano trasferiti anche Dotto, Eolo, Brontolo, Cucciolo, Mammolo, Pisolo e Gongolo, e pochi mesi dopo il matrimonio Bianca rimase incinta di una bellissima bambina, che decise di chiamare Eva in onore della madre e vissero tutti felici e contenti.


Grazie per aver letto!

A domani,

Poppy

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6 pensieri su “Giorno 100: Writing Challenge & Day 1

  1. sono curiosa di leggere tutte le tue prossime storie elencate qua sopra. =)
    Ho adorato dalla prima all’ultima parola della storia di Biancaneve, è scritta in modo molto dolce, proprio come te Sweetie ❤
    Un bacio grande

    • Grazie davvero, sono felicissima che ti piaccia! Credo che domani posterò la seconda, perché è breve e ce l’ho già pronta 😀
      Grazie ancora! Un bacione ❤

  2. Questo sì che è proprio un bel post! Mi ricordo che avevi già accennato a questo progetto, oggi avevo proprio idea di chiederti quali fossero i “passaggi” dei giorni, ed invece mi hai preceduto! Quando avrò più tempo, spero di poter condividere con te anche le mie di storie; la tua mi è proprio piaciuta, bella e si legge che è una meraviglia…e il dettaglio di Paul che soffre di narcolessia mi ha fatto morire dal ridere 😀

    • Grazie! Eh sì, è da un po’ che ho in mente di fare questo writing challenge, ma il tempo libero è poco e ci tengo a pubblicare storie di cui sono convinta! Poi ci ho messo un po’ a convincermi a pubblicare qualcosa qui sul blog, perché sono sempre un po’ in crisi quando si tratta di originali. Ho sempre paura che facciano schifo :p
      Quando vorrai le leggerò volentieri!
      Grazie ancora per essere passata e per le belle parole, sono contentissima che ti sia piaciuta! Eheheh Paul/Pisolo non poteva essere altro che narcolettico 😀
      Un bacione ❤

      • No, seriamente, hai reinventato la storia in una maniera stupenda, sei geniale! Attendo gli altri “giorni” del writing challenge allora!

      • Grazie :’)
        Domani credo di riuscire a postare la seconda storia perché è piuttosto breve ed è già pronta 😀

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